Scrivere è anche mettersi in discussione, anche rischiare. La ribellione è una forma superiore di critica, c’è scritto sul suo Universo, e non è uno scherzo, è un atto di critica sociale? Eccoci. Ci risiamo. Non sarà retorica? No. Potrebbe esserlo, tutte le volte che si parla di solidarietà si tirano fuori i soliti automatismi culturali d’infinita ipocrisia: si pensa di rendere migliore la vita a chi ne ha più bisogno. Molte organizzazioni di varia natura e associazioni di volontariato organizzano raccolte fondi per aiutare i più bisognosi, chiedendo ai “cittadini più fortunati” un sostegno economico che possa permettere a queste persone di vivere meglio. Lo dico di sfuggita, ma il fatto che la solidarietà sia improntata nelle raccolte di beneficenza è l’emblema di una deriva culturale. Ormai siamo convinti che quella sia la zona deputata all’aiuto dei più deboli…
Chiariamo subito una cosa: la solidarietà è un principio fondante delle società contemporanee, previsto dalla Costituzione italiana e dalle istituzioni internazionali. In concreto, può manifestarsi in molte forme, come l’assistenza, l’educazione, la condivisione delle risorse, la partecipazione a cause sociali o l’impegno politico. Sostanzialmente, la solidarietà è un sentimento di fratellanza e mutuo sostegno che emerge dalla consapevolezza di appartenere a una grande comunità…
L’ennesimo articolo di critica sociale? No. Mentre noi siamo qui a sovvenzionare delle multinazionali, si è sostituita alla comunità l’individualità. Si è disintegrata l’idea di un destino comune. E si è consentito a chi vive al sole di non sentirsi più responsabile per chi vive nel sottosuolo…
La solidarietà, messa nella posizione in cui la società la impone, altro non è che una sospensione temporanea della democrazia, un voluminoso cervello artificiale che indica dettagliatamente come sostituire la Costituzione repubblicana con delle regole stabilite a favore di una ristretta casta di privilegiati. Sarà retorica? E sarà un retore il cittadino italiano, che paga le tasse? No, si fa perché va fatto. L’art. 2 della Costituzione italiana non solo garantisce i diritti ma impone anche doveri che ognuno ha nei confronti degli altri e tra questi quello della solidarietà economica che trova spiegazione nell’art. 53 che recita come «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva».
So di non dire nulla di nuovo e so di essere in abbondante compagnia, ma le povertà non piovono dal cielo. Sono figlie del modello di sviluppo dominante. Il mondo è una torta, con profitti favolosi per i soliti noti. Davanti a trenta individui che sul pianeta Terra detengono la ricchezza di oltre 4 miliardi di persone, sarà retorica o sarà forse, critica sociale? Ognuno sceglie quello che vuole, o che può. Detto questo, mi sembra che in giro ci sia tanta retorica dei buoni sentimenti…
Propongo che una volta all’anno si inviti la solidarietà a venir a visitare il nostro Paese: poi ci dirà chi siamo, dove stiamo andando, verso quale catastrofe stiamo precipitando. Il Rapporto 2024 di Caritas Italiana su povertà ed esclusione sociale, ci racconta che sono 5 milioni 694mila le donne e uomini indigenti, rappresentano circa il 9,7 per cento della popolazione italiana. Nel 2005, quasi vent’anni fa, la soglia era del 3,3 per cento. Si nota anche un’altra cosa: 1 milione 295mila sono bambine e bambini, l’incidenza della povertà assoluta tra i minori è ai massimi storici (13,8 per cento).
Colpisce che tutto sia così vicino nello spazio fisico e lontano nella società civile. Scartato anche dalle abitudini del pensiero. Ridotto a un problema specifico, individuale, capace al massimo di smuovere compassione e non più condivisione…
Si ragiona intorno alla solidarietà. La si sostiene, anche. Cultura, non è solo educazione intellettuale, ma soprattutto educazione delle emozioni e quindi dei sentimenti. Allora a dirla tutta, se davvero vogliamo essere onesti, non dobbiamo aiutare i poveri, dobbiamo combattere la povertà. La solidarietà (quella vera) richiede impegni sulla tutela dell’ambiente, sul lavoro, sulla giustizia sociale; si batte contro la progressiva trasformazione della sanità, della scuola e della cultura in oggetti di commercio. Restituiamo dignità a questa parola che è stata umiliata e che deve tornare a essere espressione del vivere civile e memoria storica di una collettività.
