Jin, Jiyan, Azadi

Era il giugno del 2009, i giovani iraniani sfogarono sulle strade di Teheran la loro protesta contro i risultati fraudolenti delle elezioni. La reazione ufficiale dell’establishment americano pontificò i venerabili social network come lo strumento critico per organizzare la resistenza in Iran…

Aggiunse che mettere questi strumenti nelle mani delle persone di tutto il mondo significava far avanzare democrazia e diritti. E fu così che, applicando due pesi e due misure, il paese che si è soliti chiamare democratico, applicò restrizioni a Wikileaks e inflisse una dura condanna per il suo fondatore…

Ancora oggi dai media si ripetono le stesse balle: tutto quello che sappiamo lo dobbiamo ai manifestanti che mettono in rete i loro video. La verità è che i social network sono campi di una forma di sorveglianza volontaria, fai-da-te, che battono agevolmente i professionisti dello spionaggio. Una vera manna per ogni regime autoritario…

Gli organizzatori delle proteste del 2009 furono costretti, per eludere i controlli del regime, a usare per lo più tecniche antiquate come le telefonate o il bussare porta a porta. Mentre agli accorti governanti dell’Iran autocratico, bastava cercare su Facebook, per incarcerare, isolare, togliere di mezzo i leader della rivolta…

Andiamoci piano con i proclami alla solidarietà. La partecipazione di cui c’è bisogno non è quella delle scorciatoie e delle furbate, dei tagli delle ciocche dei capelli pubblicizzati su internet, dei gesti simbolici veri o presunti. Non è quella coda lenta che ricorda i funerali. L’Iran è un lontano vicinissimo. Anche le donne abusate come Maria, Carla, Giovanna, e poi le morti bianche, e poi i precari-gli-esclusi-gli-invisibili, hanno un Sogno…

Ci riproviamo, con la schiva, serena, eccezionale caparbietà che è il segno che caratterizza il suo essere differente: Donna, Vita, Libertà…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *