È un voto, il voto di estendere o meno diritti e tutele di chi lavora, di diritti civili, di quorum e “Anti quorum”. Il voto di capire quando il vino del lavoro è girato in aceto. Il voto delle persone che hanno storie da raccontare, dell’Italia vera, l’Italia che ne ha piene le scatole dell’informazione che non informa e di tante cose che si dicono e non si fanno, con la democrazia affetta da disturbi psichiatrici e presa d’assedio dalle destre, con i morti sul lavoro che non hanno l’eco di Trump o Elon Musk…
Troppo facile riempire il tempo con un touch, legarsi a un oggetto. Non leggi, non scrivi, non studi, non pensi. Il referendum resta l’unica arma pacifica che i cittadini hanno di abrogare, modificare o proporre una legge. Resta l’unico istituto di democrazia diretta. Resta l’unità di misura della qualità della democrazia…
Il primo chiede di cancellare l’attuale disciplina dei licenziamenti, vuol dire stabilire sempre il reintegro in caso di licenziamento ingiusto…
Il secondo chiede, sempre in caso di licenziamento illegittimo, di eliminare il limite di sei mesi per l’indennità di risarcimento per le aziende con meno di quindici dipendenti…
Il terzo chiede di cancellare la liberalizzazione dei contratti a termine, ossia di favorire l’aumento dei contratti a tempo indeterminato…
Il quarto riguarda la sicurezza sul lavoro, e chiede di modificare le attuali norme in caso di infortuni negli appalti che impediscono di estendere la responsabilità all’impresa appaltante…
Il quinto tocca i diritti civili, chiede di accorciare da dieci a cinque gli anni di residenza regolare per richiedere la cittadinanza italiana…
I diritti camminano e muoiono sulle gambe e le azioni delle persone. Come recitava un adesivo sull’elmetto da cantiere di un operaio, il voto è la nostra rivolta. Allora, abbiate per almeno un paio di giorni, un minimo di decenza. Pensate ai diritti. Non solo ai vostri. Anche a quelli degli altri…
