Democrazia?

Uno stato di forte perturbazione arroccato su un pensiero unico controlla tutta la Valle dello Stivale fino giù a Parlamento. Si appiglia alla grandezza passata per distogliersi sdegnosamente dalla piccolezza presente…

Una trasfigurazione della realtà, delle visioni, dei commenti, delle analisi, fa della crisi non l’oggetto immediato del presente, ma il presente stesso come essenza emergenziale…

Consiste in una serie di facce che immettono in un mondo dove tutte le parole e le figure diventino replicate, trasformate, sospese. Un semplice meccanismo per fare stare insieme queste facce in combinazioni sempre diverse…

Mentre le facce parlano, Democrazia deve servire da conferma alle cose. Innalza il suo sguardo per guardare dall’alto in basso il mondo sottostante, come divinità giudicante che distingue il buono dal cattivo, il bello dal brutto…

Le sue parole finiscono ancorate non ad azioni, ma a fantasie: il voler fare è già l’ammissione che non si può fare nulla. Ogni promessa non arriva a destinazione. Ogni ricchezza ridistribuita da nessuna parte…

Attorno a questo, una comunicazione assertiva di pappagalli tenuti in cattività riproduce i suoni emessi dai loro padroni: siamo costretti ad accettare qualsiasi sopruso pur di far fronte alle incombenze di tutti i giorni…

L’esattezza del problema accompagna l’inesattezza della sua risoluzione. È l’allucinante fissità di questa luce livida la crisi, nient’altro…

 

 

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